Un mattino all’ospedale di Vigevano
Nel corridoio d’attesa di gastroenterologia ci sono delle finestre, dietro le finestre c’è un piccolo giardino con un arbusto che fa delle bacche rosse, oltre il giardino c’è una strada e dietro la strada c’è una fila di tetti dove atterrano e decollano i piccioni.
Spesso non facciamo caso ai piccioni perché si assomigliano tutti, ma in questo momento ce n’è uno diverso dagli altri. E’ più piccolo, bianco con striature nere che sembrano merletti, viene spontaneo immaginarlo una femmina.
Lei si avvicina a uno dei piccioni grigi in gruppo, lui le sfugge saltellando lungo il tetto e poi balzando sul sottilissimo orlo che gira tutto intorno a un piccolo balcone. Lei lo segue leggerissima e veloce, senza esitazioni, su quel passaggio largo pochi centimetri. Lui arriva fino in fondo al balcone e poi torna indietro.
Si incontrano proprio al centro.
Lei avvicina il becco a quello di lui e lo strofina delicatamente, lui la ricambia. Restano uniti per qualche istante, poi è lei ad allontanarsi e lui a seguirla. Tornati al lato del balcone da cui erano partiti si infilano insieme in una fessura della ringhiera, che è fatta di foglie e rami di ferro battuto tutti intrecciati, come una fitta foresta. I due piccioni si nascondono dietro quella foresta, in un posto che da qui non si vede ma che si può immaginare. Forse è solo un piccolo balcone spoglio, forse dietro ancora c’è una portafinestra che tra poco si aprirà o che forse non si apre da anni, ma potrebbe anche essere che in quello spazio che non si vede la foresta continui e poi diventi una pianura e poi un mare e poi ancora la terra e poi di nuovo acqua e le fonti da dove nascono i venti. E quando ritorni nella sala d’attesa ti chiedi dove saranno adesso quei due che per un istante ti hanno portato nel giardino segreto.