Rifrazioni

Un uomo, una donna, il silenzio

Il frangente di una storia che Bonnard ci racconta con un’immagine unica ma equivoca, significati che si rinnovano in mille dettagli ogni volta diversi, talvolta discordanti, rassicuranti o contradditori a seconda di quando e come ci avviciniamo alla scena.
Loro lasciati lì, senza l’ausilio di un titolo che spieghi qualcosa di quello che è successo mentre eravamo distratti, di nuovo immersi nel loro quotidiano, immobili e lontani oppure semplicemente complici di un amplesso che si intuisce ormai concluso.
Composti e assorti, in silenzio si offrono al mondo che spia il loro commiato.
Quello stesso silenzio che sorprende anche noi, estranei eppure immessi nostro malgrado, (sospinti come i viziosi “guardatori)”nella loro camera dove spiamo (con il diletto voyeuristico di chi guarda dal di fuori) il disagio di un evento che si è ormai compiuto e che si va disgregando, mano a mano, nell’aria.
Niente, se non l’immobilità morbida eppure fredda della luce, ci svela il richiudersi improvviso dei loro corpi su se stessi, quel riassorbirsi del desiderio, lo svaporare di un’unione che si suppone essere stata totale, inscindibile e totalizzante forse anche solo un attimo prima.
Sottesi disordini amorosi ormai disciolti nella luce diafana della sera si intuiscono appena o si negano addirittura, mostrando semplicemente il giaciglio morbido di una donna sola e di un gatto. Noi li percorriamo però, a tutti costi li immaginiamo nel loro sfumare, li accompagniamo affrancandoci da loro, con lo sguardo condiscendente di chi al di sopra e dal di fuori vede l’incongruità del desiderio che spezza ogni possibile affrancamento del quotidiano e sa di poter resistere tuttavia, di poter rimandare ancora e ancora l’attimo della lacerazione, il sinistro evento della perdita della nostra stessa integrità.
Quella perturbante tentazione tuttavia di oltrepassarne la soglia, di discenderne il vortice, di immettersi nel gorgo….
Un pensiero quasi di sfuggita, immagini che non abbiamo avuto il tempo o il coraggio di mettere a fuoco, una specie di scena sempre attuale eppure fuori da ogni nostro attuale contesto.
E dunque torniamo al quadro.

Un uomo, una donna, il silenzio

poi la delusione forse, o l’appagamento che è limitare alla noia.
Una rottura senza speranza o la lacerazione di un diniego.
Il dolore di un distacco non voluto.
Oppure semplice, rassicurante quotidianità?
Lui è entrato nella stanza che erano appena le sei di pomeriggio e cominciava a imbrunire. I vestiti li ha sistemati con cura sopra una sedia sul lato destro del letto.
E hanno fatto l’amore a lungo. Davanti al letto c’è uno specchio che li riflette mentre si amano.
Poi lui si alza e nella stanza ancora satura di piacere incomincia a dilagare il male.
Ecco che improvvisamente il tempo irrompe nello spazio e si fa spazio a sua volta.
Tra loro si apre una voragine di assenza e di compiutezza che impedisce il dilagare dello sconforto.
Lo specchio che era stato complice di una perfetta unione carnale e che riflette ora (nel bel mezzo del loro distacco) solo una porzione di camera e il ginocchio piegato di lei che ha la testa china, si interpone come uno schermo divisorio inoltrepassabile e disegna l’ineluttabile profilo di due solitudini che anziché completarsi si eludono.
Niente li lega più l’uno all’altra se non quella luce morbida che come una corrente ormai priva di efficacia investe in pieno il corpo di lei e lambisce calda e bugiarda la coscia di lui.
Abbiamo diritto al peccato, alla spudoratezza e all’amore.
Abbiamo diritto a penetrare l’altro attraverso la ferita della sua carne

Un uomo, una donna, il silenzio

è appena suonato l’ultimo rintocco della mezzanotte.
In quell’istante preciso dove il tempo si nega e risucchiato in nessuno luogo si annulla fino a scomparire,
lì, proprio lì
si forma una piccolissima fessura dove lo spazio è spazio libero semplicemente incarnato al di là del trascorrere.
E alla sola condizione che entrambi, lei con la camicia da uomo slacciata e i piedi nudi sul pavimento,
lui che sa, che vuole, lui che prende…
Che entrambi siano chini su quell’unica fessura, pronti ad addentrarsi, a sporgersi senza nulla sapere sull’orlo di un qualsiasi nulla.
E a quella esuberanza oltraggiosa che ci apre al peccato, anche, e ci permette di conoscerci, alla colpevolezza che ci distingue dalle bestie e ci avvantaggia contro Dio,
a tutto questo, a questa magica sacralità all’incontrario, l’uomo e la donna del quadro si apprestano, forse, silenziosi, nell’attimo che segna il passaggio delle loro, delle nostre rispettive mezzenotti.

Nella foto: Pierre Bonnard, L’uomo e la donna (part.), 1900