Rifrazioni

Leggendo Visioni notturne in pieno giorno di Matteo Canevari

Ho iniziato il libro di Matteo Canevari appena dopo aver visitato il Centro Artistico dello scultore Alik Cavaliere. Nel cortile di quello che era lo studio di Alik ci sono alberi vivi mescolati a forme vegetali in metallo, che sono copie perfette di piante vere e che sono state realizzate con l’antichissima tecnica della cera persa. Copie perfette tranne per alcuni particolari che a prima vista sfuggono. L’effetto prodotto da queste sculture è straniante: sembrano in tutto e per tutto identiche alle forme che vediamo quotidianamente, ma guardando bene si vede che c’è in loro qualcosa di innaturale.
È la sensazione dell’uncanny, dell’unheimlich: l’impressione di qualcosa di perturbante all’interno di uno scenario apparentemente familiare e ordinario. La stessa sensazione che si ha leggendo i racconti di Matteo Canevari, ambientati nell’illusoria normalità delle nostre città, delle nostre case, di noi stessi.
La parola tedesca heimlich ha un doppio significato: da un lato vuol dire familiare, domestico; dall’altro vuol dire invece segreto, nascosto, privato. La cosa sorprendente è che il suo contrario, unheimlich, da un lato vuole dire inquietante, perturbante, mentre dall’altro indica ciò che di inespresso e di nascosto, anziché restare sepolto come dovrebbe, risale inaspettatamente in superficie.
In Visioni notturne in pieno giorno questi due aspetti, contrapposti e complementari allo stesso tempo, si manifestano mettendo in scena il lato in ombra della realtà diurna.
In un momento qualunque di una vita qualunque, quest’ombra può uscire allo scoperto nel pieno giorno e non è semplicemente il risvolto della luce, ma la sua negazione totale: non si accontenta di essere la sua altra metà ma prende un’esistenza propria; vuole per sé tutto lo spazio perché non essendo in grado di “guardarsi guardare, pensarsi pensare, vedersi e sentirsi, non ha “nessuna capacità critica” e quindi nessun senso del limite. Questa sostanza è densa come la pece o il granito e “più fonda di un pozzo pieno di luna nuova”, ma allo stesso tempo è inafferrabile come un’angoscia senza nome e cambia forma attraverso i racconti, poiché è per sua natura capace di compiere infinite metamorfosi: prende l’aspetto di cunicoli che scendono sempre più in basso nelle viscere di palazzi angusti e allo stesso tempo sconfinati, di pozzi, gallerie dentro la montagna, innocue macchie sulla pelle, tubi del lavandino, ma anche nuvole nere, come se l’alto non fosse una via di fuga ma solo il rovescio di un abisso che si spalanca in entrambe le direzioni. Nel racconto “Il discensore”, infatti, K. (iniziale memorabile!) viene preso dalle vertigini sia quando guarda in alto sia quando guarda in basso.
Questo racconto contiene un elemento fondamentale del libro ovvero la metamorfosi dello spazio, che sembra prendere vita: il corpo del fabbricato è innervato di tubi e cavi che sembrano diventare (in realtà o nel delirio della paura) le vene e i tendini di un enorme animale, i fori punteggiano il soffitto come occhi, le porte si aprono “invitanti come bocche”.
E qui appare un altro motivo ricorrente: nei racconti l’abisso, nelle varie forme che incarna, esercita un’attrazione irresistibile sui personaggi. Nel suo prendere vita propria diventa un’entità che li chiama a sé e da cui sono attratti nella stessa misura in cui cercano di sfuggirle. Ne sentono “la terribile attrazione, come di cosa nota, famigliare, simile”.
Ed ecco un altro filo conduttore: in Aldilà del bene e del male Nietzsche scrive: “Se guarderai a lungo nell’abisso, anche lui vorrà guardare dentro di te”. In effetti K., come molti altri personaggi del libro, sembra produrre lui stesso il proprio destino, come trascinato irresistibilmente dalle proprie ossessioni e dalle proprie paure primordiali. L’abisso è come uno specchio e le sue metamorfosi corrispondono a quelle dei personaggi, l’ambiente in cui vengono a trovarsi è un riflesso della loro identità e della loro visione di sé e del mondo.
Nel racconto “La bella casa” viene rappresentata in maniera sorprendente la totale fusione psicologica e fisica tra la casa, che anche qui sembra prendere vita, e i suoi abitanti. In “L’occhio nel tubo” il protagonista trova l’unica realtà che può corrispondere alla natura dei reietti come lui, “relitti umani gettati qui dalla risacca dell’esistenza”.
Come il Visitatore protagonista del racconto “La macchina”, molti dei personaggi vivono di relazioni inconsistenti, lavori precari, brevi ebbrezze e lunghi momenti di inedia. Essere morti, come il ragazzo di “Dimitri va alla guerra”, oppure dimenticati come la protagonista dell’ultimo racconto, è la stessa cosa: non c’è nessuno che si accorge di te, anche se cerchi disperatamente di essere visto o ascoltato.
La solitudine e la mancanza di senso spesso si affacciano all’improvviso come una macchia scura sulla pelle di cui ci si accorge guardandosi allo specchio: un’ombra nera sulla superficie della realtà che pian piano si allarga divorando centimetro dopo centimetro la luce e diventando un pozzo senza fondo. È proprio in un pozzo o in una caverna che alcuni personaggi del libro si svegliano senza ricordare quando e come ci erano arrivati, esattamente come capita quando stai male da così tanto tempo che non ricordi come hai fatto a finire in quello stato.
È questa per me l’esperienza indimenticabile di questo libro, al di là della qualità letteraria: ogni racconto ha messo in scena una paura o una sensazione che ho provato almeno una volta nella vita, da sveglia o in sogno, come se l’autore avesse attinto al nostro inconscio collettivo.
Mi viene in mente un’altra opera di Alik Cavaliere, “Gustavo B. si esibisce a pagamento”, che in comune con i racconti di Matteo Canevari ha l’ironia, l’effetto di straniamento e la scelta di un soggetto apparentemente ordinario. Nell’installazione l’osservatore viene invitato ad avvicinarsi e a guardare all’interno per poter vedere Gustavo B., che in realtà non è da nessuna parte: l’unica cosa che lo spettatore vede è la propria immagine riflessa in uno specchio.
A questo proposito lo specchio mi sembra un elemento fondamentale del libro non solo come simbolo del riflettersi tra il mondo interiore e quello esteriore all’interno dei racconti, ma come qualcosa di più ampio che tocca il tema della scrittura. Ho letto questo libro senza riuscire a smettere, come se fossi diventata anche io uno dei personaggi e condividessi con loro la stessa attrazione irresistibile verso l’oscurità, ma è come se la scrittura si interponesse come un altro specchio tra me e l’abisso, esorcizzandolo e permettendomi di guardarlo senza essere trascinata nella sua vertigine.
Ho l’impressione che questo sguardo, aperto dalla scrittura ma indirizzato su uno specchio in modo che i nostri occhi non ne siano bruciati, offra la possibilità di ripristinare l’”unità del tutto” di cui parla il racconto “La visione binoculare”. Qui il protagonista non riesce più a mettere a fuoco la propria immagine riflessa. Le due metà di sé stesso e della realtà si separano da quella rassicurante e ipocrita unità dei contrari che rende sopportabile la vita.
Leggendo questo libro noi possiamo invece incontrare la nostra parte di tenebra profonda, quella privata e quella collettiva, guardarla negli occhi senza esserne accecati e comprenderla in una nuova visione unitaria. Possiamo immedesimarci in cosa accade quando ci dimentichiamo “di tenere ben saldo il perno a cui appendere la vita”, un perno che non si trova da nessuna parte se non nell’ampliarsi della nostra consapevolezza.

Matteo Canevari, Visioni notturne in pieno giorno, Robin Edizioni, 2025
Nella foto: M. C. Escher, L’occhio, 1946