Spaccature
Tra le occasioni di straordinaria apertura nel mondo che il corpo è in grado di spalancare ai nostri sensi eccone una che giunge al tatto e dunque alle mani senza passare apparentemente dal pensiero. C’è come un iniziale arresto provvisorio, un silenzio ricettivo e spaesante che ci conduce fin dentro la materia la quale tacitamente chiede di essere manipolata. Per dirla con Bataille è “punto d’arresto propizio a uno sgorgo, un arresto provvisorio tra lo splendore della perdita e l’accumulazione di forze” (G. BATAILLE, Madame Edwarda).
Questo arresto improvviso di ogni volontà di intervento attivo sul mondo, una sorta di passività cieca guida i sensi lungo i sentieri di un sapere primigenio e incontaminato dove è possibile toccare, senza inciderlo, lo strato più profondo dell’essere.
La manipolazione dell’argilla può talvolta spalancare a una percezione immediata e vertiginosa dell’interiorità laddove invece di porci davanti al mondo con uno sguardo differenziato e differenziante, ci predisponiamo invece totalmente a riceverlo.
L’argilla è un sedimento naturale a grana finissima composto principalmente da alluminosilicati idrati, nato dall’erosione delle rocce. È un materiale plastico e modellabile quando umido, che diventa duro e resistente (ceramica) dopo la cottura.
Forgiare un manufatto significa spesso semplicemente assecondare la materia nel suo disporsi a essere ricondotta a una forma, forma che in qualche modo ci preesiste e ci chiama alla sua realizzazione e che solo ponendosi in una sorta di ascolto passivo possiamo lasciar sgorgare dal nulla in cui riposa.
Così come nell’aver luogo del linguaggio è necessario un togliersi della voce che, prima di essere significante è spazio fluttuante, terra di nessuno tra suono e significato, nell’assecondare l’emergere di una forma imprevista della terra è necessario accogliere l’informità come puro spazio di trasformazione significante.
Un venire alla luce con l’incertezza del dopo e l’urgenza del nascere, preceduta da una serie di spinte, contrazioni che dilatano mano a mano il reale suggerendo la possibilità dell’aver luogo di un’istanza definita senza ancora alcun avvento di forma e che dunque sembra potersi avvicinare alla dimensione del puro essere.
Succede talvolta durante la cottura che il manufatto si spacchi. Chi pratica l’arte della ceramica sa che prima o poi – magari anche ripetutamente – aprendo il forno ci si può trovare davanti a uno spettacolo imprevisto. Pezzi sparsi sul fondo ci guardano, dalla disgregazione in cui il nostro iniziale intento unitario si è frantumato chiedono forse, ma solo talvolta – quando non irrimediabilmente compromessi – di essere ricondotti a un’unità segnata però ormai da una o più crepe, spaccature che possono essere di piccola o grande entità: fratture che corrono longitudinalmente lungo un vaso, frastagliano un fiore, separano un arto, aprono un varco nella compattezza opaca di un corpo.
Con meraviglia mi ritrovo ad amare senza riserva queste nuove composizioni scomposte. La loro unità si è forse compromessa per una bolla d’aria non vista o per la scarsa attenzione posta nel lavorare un pezzo compatto laddove era necessario togliere e aggiungere mano a mano terra, bucare, comprimere, lasciare spazio al respiro.
Dunque veniamo ad Agnes. La incontro al multisala dove l’odore insistente dei pop corn e la pubblicità perforante mi fanno desiderare di uscire fuori prima ancora che abbia inizio il film. Poi compare sullo schermo lei. Un falco posato sul braccio, strega dei boschi, libera dallo sguardo, padrona di una congiunzione impensata con il mondo, ignara del tempo.
Creatura della terra che non guarda l’aperto ma vi si immerge, non ancora gettata nella negatività del linguaggio, colta quindi più nella sua dimensione ontica che ontologica.
La sua frattura si chiama Hamnet e si concreta nel grido senza confini che sembra comprendere tutto l’indicibile che la morte di un figlio porta con sé.
La bocca spalancata è caverna, abisso, buco nero. Notte che attira a sé il mondo e, inghiottendolo, restituisce alla luce solo l’impossibilità di un qualsiasi possibile futuro.
Il dolore è frattura visibile che mai permetterà nel tempo il ricompattarsi della carne. Agnes perde il suo naturale, viscerale contatto con il mondo. Né può immaginare altro dolore dal suo, non un diverso modo di lacerarsi che non sia fisico, totale, carnale.
Altra frattura quella di William, silenziosa e sottile, corre lungo il crinale di un’assenza che non può non diventare anche colpa. Una crepa profonda che giunge alla radice dell’essere senza percuotere, senza gridare.
A lui si assegna il difficile compito di un’apertura odologica che, attraverso l’arte, riassuma e stringa a sé le spaccature dell’umano di fronte alla morte.
Hamnet, nel nome del figlio. Rimango così, ferma dentro un’immagine.
Mi porto appresso i rumori, la luce, i colori del mondo mentre esco con nelle mani quell’urlo così profondamente e smisuratamente umano.
È una dimensione di ulteriorità del reale che solo la bellezza, attraverso l’arte, può talvolta insinuare nel nostro piccolo universo quotidiano.