Dimore

Abitare l’assoluto. La tribù delle sirene di Federico Rottigni

Il memoir di Federico Rottigni La tribù delle sirene, che racconta la sua esperienza come soccorritore del 118 di Milano, mi ha fatto profondamente riflettere sull’immagine che abbiamo della dimora. Pensiamo alla casa come a un luogo che custodisce i nostri legami affettivi più importanti, un luogo di sicurezza e protezione.
Ma chi entra nella tribù delle sirene scopre che la casa è spesso luogo della violenza, dell’alienazione e della solitudine.
Cos’è la tribù delle sirene? Chi entra a farne parte lo fa perché ha seguito un richiamo a cui non ha saputo resistere: non il canto delle creature del mare ma l’ululato dell’ambulanza che attraversa le arterie della città fendendo il traffico e il tempo. Un richiamo da cui è impossibile liberarsi, anche a distanza di anni, perché ormai è entrato sotto la pelle. Le sirene del mito promettevano la conoscenza di tutte le cose, la saggezza suprema, l’accesso a segreti impensabili per qualunque mortale. Coloro che ascoltavano il loro canto lo seguivano fino al naufragio, ingannati dalla promessa della sapienza e della felicità, dalla seduzione di un potere che li portasse oltre i limiti dell’umano.Il canto delle moderne sirene che percorrono le rotte urbane promette un altro potere, racconta Federico Rottigni: quello di essere indispensabili, di esistere sul confine tra la vita e la morte dove ogni gesto può decidere un destino. Chi viene ammaliato da questo canto e lo segue non naufraga sugli scogli, ma si trasforma. Impara a guardare dritte negli occhi cose che gli altri non potrebbero sopportare, diventa «l’ultima barriera tra una persona e il vuoto». Come nel mito, dopo aver raggiunto il confine dell’abisso scopri che non c’è una casa a cui tornare. Il concetto di casa con tutto ciò che aveva significato fino a quel momento diventa irriconoscibile. La nuova casa diventa allora la tribù delle sirene che vive nel mare aperto della strada, la tribù di chi non porta le persone al naufragio ma le guida attraverso il buio, la tribù di chi ha deciso di «abitare il canto invece di resistergli».Entrare in una tribù comporta da sempre il sottoporsi a dei riti di passaggio, a delle vere e proprie iniziazioni che legano l’individuo al gruppo. Ogni rito di passaggio permette l’uscita da uno status in funzione dell’entrata in uno status radicalmente diverso. Si tratta di un’esperienza di morte e rinascita, al confine del mondo corporeo. Racconta Apuleio nelle Metamorfosi: «Mi sono avvicinato alla frontiera della morte, ho messo piede oltre la soglia di Persefone».
Nell’iniziazione l’aspirante deve superare delle prove per essere accettato dal gruppo e il superamento delle prove porta a un trasferimento del potere, alla rivelazione di segreti e all’incremento della conoscenza.
Nel mito e nella fiaba i riti di passaggio, in cui il bambino muore metaforicamente per lasciare posto all’adulto, avvengono solitamente in luoghi selvaggi, oscuri e labirintici come la foresta o le caverne, che diventano simboli dell’ingresso all’Ade e alle profondità dell’inconscio.
Nel libro La tribù delle sirene il corrispettivo di questo luogo è la parte più viscerale del corpo della città e non si tratta solo della strada ma – ed è qui che si origina il forte impatto emotivo della narrazione – si tratta anche della casa. L’ambiente domestico, la famiglia, da nido protettivo dell’infanzia diventa antro oscuro in cui l’infanzia viene depredata. Nel secondo capitolo, “Io e l’altro bambino”, specchiandosi nel bambino che ha appena assistito a una violenza disumana nei confronti della madre Federico sente che anche il bambino dentro di sé sta morendo. «Eravamo due bambini in quella casa – Denis che giocava con la violenza senza riconoscerla, l’altro che la stava imparando a riconoscere fin troppo bene».
Quando ciò che fino al giorno prima era considerato vita normale e abituale diventa estraneo e senza senso, il vuoto che si è aperto viene in parte colmato dal senso del gruppo, dalla «vibrazione di appartenenza quasi tribale» che Federico percepisce fin dal suo primo ingresso nelle sede operativa del 118 e che non smetterà di attrarlo irresistibilmente.
Il battesimo, l’evento che segna ufficialmente l’ingresso nella tribù, è rappresentato per Federico da un estenuante e vano tentativo di rianimazione nei confronti di una giovane donna colpita da arresto cardiaco. «Il cucciolo ha fatto il suo primo arresto. Uno di quelli brutti. È stato bravo però…», commenta con gli altri uno dei suoi compagni. In quel momento Federico sa di essere stato accolto nella famiglia, per quanto alto sia il prezzo dell’appartenenza.
Appartenere alla tribù delle sirene significa sentirsi portatori di qualcosa di grande, significa vedere il mondo fermarsi e le macchine aprirsi come le acque del Mar Rosso quando l’ambulanza attraversa lo spazio urbano. Significa sentire un legame sempre più forte con i compagni, l’intimità di chi ha combattuto nella stessa trincea e condivide non solo adrenalina e drammi ma anche situazioni grottesche e divertenti che aprono «una finestra privilegiata sull’assurdità della condizione umana». Connessioni che vanno oltre la biologia e che giustamente Federico definisce «legami di sangue» perché cementati dal contatto quotidiano con ciò che c’è di più sacro e primordiale: il confine tra la vita e la morte.
La fratellanza della tribù si alimenta anche dei gesti rituali di condivisione degli spazi: la sede operativa diventa una sorta di seconda casa, dove si va anche quando non si è di servizio come attirati da un richiamo inspiegabile. I riti di condivisione passano attraverso il cibo, dove anche una pizza fredda diventa rituale di incontro e comunanza.
Un aspetto molto importante del libro è la centralità del corpo, ovviamente perché sono corpi quelli che i soccorritori si trovano tra le mani ma anche perché la percezione sensoriale ha un ruolo fondamentale. Uno dei “poteri” che si acquisiscono entrando nella tribù è lo straordinario acuirsi della capacità percettiva e dell’intuizione, un istinto infallibile che permette di capire dall’odore quando qualcosa non va dietro la porta chiusa di un appartamento e che consente quindi di salvare una persona. E quell’istinto non abbandona più chi lo ha sviluppato, anche quando si toglie la divisa.
Per questo credo ci sia qualcosa in comune tra queste due vite di Federico Rottigni, quella di soccorritore e quella di chef e creative director di Sensorium a Milano.
È come se nel suo locale Federico, dopo aver seguito il richiamo dell’assoluto, abbia deciso di incarnare il canto delle sirene (stavolta quelle del mare come simbolo dell’ignoto che abita in noi) e portare le persone in mare aperto, non per farle naufragare ma per accompagnarle in un viaggio alla riscoperta della propria memoria sensoriale. Non a caso il suo approccio artistico-sperimentale ha suscitato l’interesse dell’Università di Oxford, che gli ha dedicato uno studio pubblicato sull’International Journal of Gastronomy and Food Science.
Entrare a Sensorium significa seguire un canto sconosciuto ma che ci appartiene profondamente anche se lo abbiamo dimenticato, significa essere accompagnati, attraverso la magia di un’esperienza immersiva in cui cibo e teatro si fondono, fino alla soglia dell’assoluto per poter tornare al relativo con uno sguardo nuovo.