Da Il corpo vegetale di Elisabetta Sancino
Le altre si chiamavano Maria
mio padre aveva scelto Robinia
non ero graziosa ero castana
e scarna un neo sopra il labbro
una passione insana per l’acqua
mia madre diceva sei strana
per le bambine somigliavo a una strega
volevo solo essere amata
come si amano gli alberi
a primavera
*
Rotaie e robinie ad ottobre
lungo i muri della stazione
rifulgono le foglie
i frutti penduli nell’ultimo sole
celano un seme duro
resistente al fuoco
il primo cibo di chi non ha nient’altro
per sfamarsi al buio
in primavera ne succhiamo i grappoli in fiore
insieme alle bestie delle cascine
bianca dolcezza di miele
dolce dolcissimo biancomangiare
di nettare e spine
*
Quell’anno che ci hanno portato in colonia
respiravamo il sole e la pelle si apriva
come una corolla o una mano
mangiavamo fette spesse di pane bianco
e burro
ingoiavamo tutto in silenzio
fetta dopo fetta
ingoiavamo il sole
il pane
il mondo immenso
*
Lasciamo presto i libri
perché il cotone chiama
arriva dalla valle del Nilo
vicino al delta
anche lui è cresciuto abbracciato dall’acqua
odora di limo
la sua lucentezza sgomenta
Elisabetta Sancino, Il corpo vegetale, Arcipelago Itaca, 2025
In foto: Alik Cavaliere, Susi e l’albero, 1969