Il guardiano (Eraldo Mancioppi)
Nel 1976 ero laureando in Medicina e Chirurgia. Quell’anno stavo scrivendo la tesi di laurea sotto la supervisione di un medico correlatore che mi propose un periodo di frequenza presso il manicomio di Marzana, un paesino in provincia di Verona, dove lui era aiuto ospedaliero.
L’ospedale psichiatrico di Marzana era stato aperto da poco, attorno al 1970, in sostituzione del vecchio manicomio di San Giacomo in Tomba. Nasceva dall’idea sperimentale di rendere il luogo di cura meno alienante per i pazienti. Progettato dall’architetto Daniele Calabi e dallo psichiatra veronese Cherubino Trabucchi, consisteva in un complesso di piccoli edifici per evitare i classici monoblocchi ospedalieri. La struttura doveva sembrare, per il ricoverato, familiare e simile al luogo dove viveva.
In effetti l’ospedale era una sorta di villaggio che si sviluppava intorno a una piazza centrale con una chiesa, un centro sociale che includeva laboratori artigiani, botteghe e officine e vari luoghi di associazione. Vi erano poi viali alberati, campi da tennis e da bocce. Gli edifici imitavano in grandezza e colore quelli del confinante paese di Marzana. La recinzione attorno all’ospedale era meno evidente rispetto alle reti metalliche che di norma circondavano i manicomi.
Questo “paese della follia”, nel 1976, era in realtà abbastanza deserto. L’intuizione brillante dei suoi ideatori si era purtroppo persa nella pratica giornaliera asilare. Nei campi da tennis giocavano i medici, in quelli da bocce tendenzialmente gli infermieri: gli sport erano ancora classisti. Per le strade passeggiavano pochi pazienti, perlopiù vecchi cronici che la patologia, la farmacoterapia e la lunga permanenza nel manicomio avevano reso tranquilli e “governabili”, un termine particolarmente ricorrente nelle cartelle cliniche di allora.
Ogni mattina raggiungevo il padiglione Terzo Capoluogo Maschile con la mia Fiat 500. Parcheggiavo e salivo in reparto, aspettando “l’ondata” che puntualmente si formava dopo l’arrivo dei medici. L’ondata era la lunga fila di pazienti ricoverati che, tutti i giorni, portavano le richieste più diverse: dimissione, cambio della terapia farmacologica, possibilità di visita dei parenti e ogni altra istanza tipica di pazienti che spesso trascorrevano mesi di degenza in reparto. Defluita l’ondata si iniziava col giro in corsia. Io, del tutto privo di competenze, stavo sempre dietro ai medici titolari, scortato e protetto dal caposala, un uomo dalle sembianze contadine, attento e premuroso.
Davanti alla palazzina stazionava sempre un paziente anziano che sedeva ogni giorno sulla stessa panchina. Aveva un fare tranquillo, probabilmente era ricoverato lì da lungo tempo. In effetti lui era uno dei pochi abitanti reali del paese della follia. Lo avevo battezzato “il guardiano” perché passava le giornate a osservare chi andava e veniva. Il guardiano non prendeva mai parte all’ondata. Mangiava, assumeva la terapia e dormiva in reparto. Trascorreva le ore libere nel parco, o più spesso sulla sua panchina. Era uno dei tanti dimenticati delle istituzioni totali.
Una mattina, complice un mio ritardo e il buio invernale, scesi di fretta dalla machina dimenticando i fari accesi. Grande fu la sorpresa di tutto il personale medico di fronte all’inconsueto fatto che, quel giorno, a capeggiare l’ondata fosse proprio il guardiano. Saltò tutta la gerarchia medica e si rivolse direttamente a me: mi disse che avevo lasciato i fari accesi. Non ricordo se scendemmo insieme per spegnerli, mi informai però delle sue condizioni cliniche. Il guardiano era un insufficiente mentale che, come spesso capita, aveva una memoria prodigiosa e ricordava tutte le macchine e le targhe del personale medico e infermieristico del padiglione.
La mattina seguente prestai attenzione a non lasciare di nuovo i fari accesi e salii in sala medica dove, come da consuetudine, l’ondata iniziava. In via del tutto eccezionale quel rito quotidiano fu però interrotto da un’emergenza in reparto. Si sentivano grida e strilli, così mi recai, dietro ai medici e al caposala, a vedere cosa stesse accadendo. Nello stupore generale, il paziente in crisi era il guardiano. Aveva un grave episodio di agitazione psicomotoria e urlava parole incomprensibili. Più infermieri intervennero per bloccarlo, uniti di fiale per sedarlo e fasce di contenzione per tenerlo legato al letto. Reso “governabile”, tornammo dagli altri pazienti.
In tarda mattinata il caposala mi spiegò il motivo di quella crisi del tutto inaspettata: il guardiano non aveva potuto dirmi che avevo dimenticato i fari accesi. Senza volerlo, lo avevo privato di una responsabilità per lui molto importante. Mi era mancata empatia verso di lui, non avevo considerato il suo stato d’animo, la sua urgenza e la sua condizione.
La vita umana, come quella vegetale, ha infinite possibilità. Alcuni vivono come alberi maestosi in una grande foresta, in un denso intreccio di scambi e di relazioni con chi li circonda. Altri conducono invece un’esistenza simile a quella di un sottile filo d’erba che cresce in una breccia nel cemento. È il caso del guardiano abbandonato nel manicomio: piccolo ed esile filo d’erba, eppure vivo e alla costante ricerca del suo posto nel mondo e del suo scopo, tra cui dare all’altro quello che all’altro serviva. Evidentemente non avevo colto questo suo bisogno.
Ogni mattina fino all’ultima del mio tirocinio, nel parcheggio di fronte alla palazzina del padiglione Terzo Capoluogo Maschile sostava una Fiat 500 con i fari doverosamente dimenticati accesi.
(Dalla raccolta di racconti L’uomo di cartapesta e altre storie di Eraldo Mancioppi, Edizioni ETS, 2024)