La tessitura dell’acqua. Una riflessione su Il corpo vegetale di Elisabetta Sancino
Per raccontare Robinia, giovane operaia nella fabbrica tessile di Crespi d’Adda, Elisabetta Sancino si immerge profondamente non solo nel paesaggio acquatico della pianura ma anche nell’ambito metaforico della tessitura.
La scrittura diventa l’acqua “che aziona / la turbina e muove / i telai sotto le mani” componendo la tela del racconto con una “gamma oceanica” di fonemi segreti, intrecciando “stoppie e strisce di parole” con cui tessere il corpo e la storia di Robinia e riportarla in vita.
Voglio cucirti una veste d’acqua
con l’impazienza che non si addice
a questa vita con troppe difese
a Cambric shirt of dazzling white
tessere il tuorlo del giorno col buio
addosso a un corpo di fuoco
A livello grafico c’è un particolare molto interessante: nelle sezioni centrali del libro (dalla seconda alla quinta), in cui la voce dell’autrice e quella di Robinia si intrecciano, tra un testo e l’altro compare un asterisco che mi ha fatto venire in mente il punto in cui l’ago entra nella stoffa per poi uscire di nuovo. Ogni testo è quindi un tratto della trama che poi prosegue nel lato a rovescio, nell’oscurità del sottosuolo e nel profondo dell’acqua, e da esso riemerge portando alla luce il successivo frammento della storia di Robinia.
L’impazienza di cui parlano i versi citati è la stessa di Robinia, ragazza inquieta e incapace di adattarsi a una vita dove “non c’è immensità”, a un ambiente che non concepisce alcuna eccezione alla rigida disciplina regnante dietro i cancelli dello stabilimento.
Nella nota introduttiva l’autrice racconta che molte foto d’epoca ritraggono gli abitanti del villaggio operaio in posa davanti alla fabbrica. Tutti appaiono molto simili, tranne una giovanissima donna: “scarna, con un neo sul labbro superiore e i capelli castani sciolti e lunghisimi. Lei appare solo una volta e guarda altrove. Quella donna ha scelto di vivere a modo suo”.
Il prologo della raccolta mette subito a nudo questa incolmabile distanza, la stessa che c’è tra il mare e l’acqua irregimentata dei canali.
La sirena non appartiene al mare
ma all’urlo rosso, ineluttabile
dentro al villaggio che ha quiete
e rettangoli verdi sul retro
ogni mattina le voci scompaginano
il ferro dei cancelli
poi tacciono mentre il filo si attorce
e tesse morbide voluttà
io però vengo da fuori
e dentro
custodisco la lingua dei gatti
l’impeto dell’acqua all’incile
nel punto in cui si stacca dal fiume.
Ho dodici dita di foglia
inabili al lavoro fine
al taglio bruto della luce
Due particolari marcano fin dall’inizio la diversità di Robinia rispetto a tutti gli altri operai: il nome (“a volte vorrei essere come la Pina / che ha un nome normale”) e l’esadattilia, ma sul filo delle pagine si delinea sempre di più la sua individualità irriducibile alla logica uniformante della fabbrica:
Dicono che siamo tutti uguali
davanti al padrone
che ci ha dato casette impeccabili
e pasti caldi e un giorno intero
per fare festa
io dico: ho due mani
e una sola testa
questo solo conta
per me
Robinia si sottrae a ogni logica di reificazione e mercificazione:
io sono una bestia unica
con me non ci compri nemmeno un maiale
un vitello un cavallo
non mi puoi scambiare
non mi puoi usare
sulla piazza del mercato
al massimo
mi potresti
impiccare
Le altre donne della fabbrica la considerano una sorta di strega, ma “le streghe non lavano i panni / e non lavorano in fabbrica / fossi una vera strega non una ragazza / sapeste quali rossi incantesimi / quanti roghi in filanda.”
Per sottolineare la propria diversità la ragazza evoca per contrasto la figura di una delle più famose tessitrici della storia, Penelope, simbolo di fedeltà incrollabile al proprio ruolo famigliare e sociale:
non sono Penelope
perché non hai mai conosciuto uomo
mi han detto
̶̶ io non aspetto.
Nella sua postfazione Giovanna Menegùs sottolinea che nel mito e nelle arti la metamorfosi, la trasmutazione femminile dall’umano al naturale, è sempre segno di violenza sociale perché accade nel momento in cui il soggetto tenta di sfuggire a una sopraffazione e come estrema via di fuga fuoriesce dalla propria individualità diventando altro, come fa la naiade Dafne tramutandosi in alloro.
Questa considerazione mi ha fatto venire in mente un’altra metamorfosi, che si lega al tema della tessitura: quella di Aracne.
Come Robinia anche Aracne è una ribelle, non si adegua a restare al proprio posto. Quando sfida Atena in una gara di tessitura rappresenta sulla propria tela scene che smascherano gli dei nelle loro astuzie e nei loro abusi di potere nei confronti degli umani.
Di fronte all’ira di Atena Aracne cerca di togliersi la vita impiccandosi ma la dea la ferma per esercitare su di lei la propria punizione, trasformandola in un ragno e condannandola a restare sempre appesa tessendo senza fine con un filo prodotto dalla sua stessa bocca e di un unico colore (non più la gamma cromatica abbagliante che aveva reso famose le sue creazioni).
La punizione di Atena non le sottrae fisicamente la vita ma gliela toglie simbolicamente privandola della propria identità e della propria unicità.
Elisabetta Sancino compie invece nei confronti di Robinia un’opposta metamorfosi, che mira a restituirne la figura nella sua nuda verità.
La tessitura della parola che l’autrice sceglie come proprio strumento ricorda la precisa e resistente ma allo stesso tempo fragile ed effimera struttura di una ragnatela intessuta sul limitare tra la notte e il giorno:
la mia pagina è un intrico
di segni accesi
indizi che alla luce del giorno sfumano
come la nebbia sulla pianura
La parola realizza la metamorfosi ricomponendo il corpo di Robinia con il suo odore “di tilia tomentosa sperma palude” che il lavatoio le aveva fatto perdere, con le sue piume che aveva perso “nel rettangolo / schiumoso di lisciva”.
Il corpo diventa parola, la parola diventa corpo, come per la tessitrice Aracne che non tesse un filo esterno a sé ma produce il filo con il proprio stesso corpo, annulla ogni differenza tra sé e la propria creazione.
Come il canto della donna lupo ricompone il corpo a partire da un pugno di ossa, la parola venuta al mondo per riscrivere il corpo di Robinia lo ritesse a partire da “un pugno combusto di vertebre / e organi svincolati dal tempo” per inaugurare “un’arte che riscriva il mito / carne viva oltre il simbolo”.
(Elisabetta Sancino, Il corpo vegetale, Arcipelago Itaca Edizioni, 2025)