Tessiture

Il silenzio, sale della terra (Andrea Bajani)

Il silenzio fa paura quanto fa paura il mare. Per questo, da sempre, l’uomo l’ha messo fuori dall’umano. Ha costruito città come bastioni perché il silenzio stesse fuori. Ha tirato su fortezze, ha recintato il posto in cui stavano le voci. Ha lasciato il silenzio a palpitare dentro i boschi, e che fossero gli altri animali ad abitarlo, se ne avevano il coraggio. L’ha lasciato sospeso sopra i prati e si è accontentato di guardarlo dalle case, mostrandolo ai bambini dietro le finestre. E nelle grotte, nelle cantine, dentro i cimiteri. L’ha allontanato da sé e poi ha cominciato a riempire il proprio spazio di parole. L’ha tenuto a bada perché sapeva quanto è grande. Sapeva che se si fosse alzato in volo avrebbe visto il mondo in cui viveva accerchiato dal silenzio e dal mare, e ne avrebbe avuto paura. E proprio come quando si avventura in mare, ogni volta che l’uomo attraversa il silenzio lo fa sperando di venirne fuori vivo, spaccandolo a ogni passo con la voce, sperando di non esserne ingoiato. Bisognerebbe guardare come l’uomo tratta il mare per tirarne fuori il sale, e imparare.Bisognerebbe dividere in vasche anche il silenzio. Estrarlo dalla terra, aspirarlo dai boschi quando è notte, raccoglierlo a secchielli dalle cantine, scendere dentro le grotte e tornare su con secchielli di niente, riempirne bottiglie dentro i cimiteri, tra le tombe, dentro le macchine parcheggiate. Bisognerebbe fare come si fa col mare, e dopo aver diviso il silenzio in vasche aspettare, sapendo che l’attesa sarà ricompensata. E se si alzasse in volo, l’uomo vedrebbe che, diviso in rettangoli, anche il silenzio è un po’ meno spaventoso. Soprattutto, come si fa col mare, dopo che l’ha suddiviso in vasche, l’uomo potrebbe a un certo punto togliersi le scarpe e cominciare la raccolta. È così che, forse, con pazienza l’uomo imparerebbe a estrarre da tutto quel silenzio le parole. Bisognerebbe non avere fretta, raccoglierle in contenitori da mandare poi agli altri uomini. Basterebbe assaggiarne una sola di quelle parole, come si fa col sale per sentire quanto è piena di sapore quando arriva dal silenzio. E infne condire, ma usandone poche perché sono sufficienti. Che poi è quello che fanno i poeti.

(pubblicato su «Io Donna», 8 ottobre 2016)