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Un soldato che si chiamava Nobushige andò da Hakuin e gli domandò: «C’è davvero un paradiso e un inferno?».
«Chi sei?» volle sapere Hakuin.
«Sono un samurai» rispose il guerriero.
«Tu un soldato!» rispose Hakuin. «Quale governante ti vorrebbe come sua guardia? Hai una faccia da accattone!».
Nobushige montò così in collera che fece per snudare la spada, ma Hakuin continuò: «Sicché hai una spada! Come niente la tua arma è troppo smussata per tagliarmi la testa».
Mentre Nobushige snudava la spada ... -
Romanzi in cucina
La signora Anne Tyler scrive commedie. Sono libri semplici e profondi, pieni di domande su quello che siamo. Genitori, figli, gli abissi che si aprono nella nostra vita quotidiana. Piccoli viaggi, scatole, tessuti, conversazioni in cucina, bambini, strane abitudini che raccontano qualcosa di noi, un uomo che continua a costruire cassetti da tipografo per i piccoli oggetti di sua moglie che è andata via e li lascia nel garage, dietro le gomme della macchina. Cose come queste, che sono il racconto di una vita, delle nostre vite. Piccole follie quotidiane, momenti buffi, tragici, divertenti, solitudini che sembrano pozzi scavati con un cucchiaio da minestra, e poi gatti, automobili, libri, tavole…
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Leggendo Visioni notturne in pieno giorno di Matteo Canevari
Ho iniziato il libro di Matteo Canevari appena dopo aver visitato il Centro Artistico dello scultore Alik Cavaliere. Nel cortile di quello che era lo studio di Alik ci sono alberi vivi mescolati a forme vegetali in metallo, che sono copie perfette di piante vere e che sono state realizzate con l’antichissima tecnica della cera persa. Copie perfette tranne per alcuni particolari che a prima vista sfuggono. L’effetto prodotto da queste sculture è straniante: sembrano in tutto e per tutto identiche alle forme che vediamo quotidianamente, ma guardando bene si vede che c’è in loro qualcosa di innaturale.
È la sensazione dell’uncanny, dell’unheimlich: l’impressione di qualcosa di perturbante all’interno di uno ... -
4
Gli allievi della scuola di Tendai solevano studiare meditazione anche prima che lo Zen entrasse in Giappone. Quattro di loro, che erano amici intimi, si ripromisero di osservare sette giorni di silenzio.
Il primo giorno rimasero zitti tutti e quattro.
La loro meditazione era cominciata sotto buoni auspici; ma quando scese la notte e le lampade a olio cominciarono a farsi fioche, uno degli allievi non riuscì a tenersi e ordinò a un servo: «Regola quella lampada!»
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La ragazza con l’orecchino di perla
Non vedremo mai i tuoi capelli
come altre cose
in questo vasto mondo
tanto grande che solo l'arte
riesce a esprimerlo contenerlo
non vedremo i gesti
che c'erano prima
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3
Gli insegnanti di zen abituano i loro giovani allievi a esprimersi. Due templi zen avevano ciascuno un bambino che era il prediletto tra tutti. Ogni mattina uno di questi bambini, andando a comprare le verdure, incontrava l’altro per strada.
«Dove vai?» domandò il primo.
«Vado dove vanno i miei piedi» rispose l’altro.
Questa risposta lasciò confuso il primo bambino, che andò a chiedere aiuto al suo maestro. «Quando domattina incontrerai quel bambino,» gli disse l’insegnante « fagli la stessa domanda. Lui ti darà la stessa risposta, e allora tu domandagli: “Fa’ conto di non avere i piedi: dove vai, in quel caso?”. Questo lo sistemerà».
La mattina dopo i bambini ... -
Spaccature
Tra le occasioni di straordinaria apertura nel mondo che il corpo è in grado di spalancare ai nostri sensi eccone una che giunge al tatto e dunque alle mani senza passare apparentemente dal pensiero. C’è come un iniziale arresto provvisorio, un silenzio ricettivo e spaesante che ci conduce fin dentro la materia la quale tacitamente chiede di essere manipolata. Per dirla con Bataille è “punto d’arresto propizio a uno sgorgo, un arresto provvisorio tra lo splendore della perdita e l’accumulazione di forze" (G. BATAILLE, Madame Edwarda).
Questo arresto improvviso di ogni volontà di intervento attivo sul mondo, una sorta di passività cieca guida i sensi lungo i sentieri di un sapere... -
2
Un grande guerriero giapponese che si chiamava Nobunaga decise di attaccare il nemico sebbene il suo esercito fosse numericamente soltanto un decimo di quello avversario. Lui sapeva che avrebbe vinto, ma i suoi soldati erano dubbiosi.
Durante la marcia si fermò a un tempio shintoista e disse ai suoi uomini: «Dopo aver visitato il tempio butterò una moneta. Se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino».
Nobunaga entrò nel tempio e pregò in silenzio. Uscì e gettò una moneta. Venne testa. I suoi soldati erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia ... -
Leggendo Cronache dal tempo libero di Simone Beghi
Non credo sia un caso che il primo testo della prima sezione, intitolata GENESI, sia La stanza dei punti interrogativi. Così come non credo sia un caso che anche nel bellissimo componimento finale le parole centrali siano “silenzio” e “domande”, due parole che sono una la condizione dell’altra.
Come se il nucleo stesso del libro, dal suo primo dispiegarsi alla sua conclusione, fosse la domanda. Il titolo stesso della silloge apre molte riflessioni, perché il concetto di tempo libero, e più in generale di tempo, è qualcosa di tutt’altro che banale. Preferisco però non riportare le risposte che mi sono data, perché non sarebbero in grado comunque di esaurire la... -
Corpo_Spazio_Parola di Stefania Bortoli. Un’ibridazione tra parola e musica
Linee morbide tracciate con leggerezza e “con gli occhi chiusi” insinuano nella fissità di un foglio bianco alternative inaspettate e, nella coerente incoerenza, ciascuna immagine resta inclusiva e meravigliosamente spalancata a ogni attesa possibile. Così il disegno di Francesca Raineri che introduce al testo ci chiede di essere immaginato e completato ma rimane al tempo stesso simbolo di un’impossibilità interpretativa definitiva e univoca. Allo stesso modo le poesie di Stefania Bortoli disegnano un’intenzione che si espande come in cerchi concentrici lontano da un’unica linea evocativa. Il gesto flessuoso della parola/corpo asseconda quasi senza peso, in una danza leggera, l’incontro di sé attraverso lo sguardo dell’altro. Così facendo si oltrepassa slacciando...